Bioarchitettura come benessere.

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"Perché lottare contro le forze della natura invece di utilizzarle? Perché sprecare energia per contrastare altra energia? Non è forse come lanciare una locomotiva contro un’altra locomotiva?" L’affermazione di Fuller manifesta, in un ottica di conoscenza e collaborazione tra individuo e natura, una chiara volontà di incarnare ogni scelta progettuale nel contesto climatico in cui dovrà concretizzarsi.

In realtà l’uomo, nel corso della sua storia, si è ampiamente ispirato ai comportamenti assunti dal mondo animale e vegetale per adattarsi alle condizioni climatiche della regione ospitante. Quelle che la letteratura definisce architetture spontanee o "troglodite", o ancora meglio: "genius loci ", costituiscono spesso preziosi esempi di manufatti che "parlano il linguaggio di chi li abita" e che si comportano come organismi biologici dotati di meccanismi di autoregolamentazione.

Con l’avvento dell’era industriale l’architettura ha progressivamente perduto questo senso di "appartenenza" a un preciso contesto climatico, fino a raggiungere una totale autonomia rispetto all’ambiente naturale. Il problema del rapporto tra ambiente costruito e realtà climatico- ambientale si è tuttavia riproposto in tutta la sua complessità allorquando si sono manifestati gli "effetti negativi" di tale autonomia. Così agli inizi del secolo, nasce la scienza della bioclimatologia architettonica, allo scopo non solo di spiegare i modi

con cui l’uomo costruisce la propria casa tenendo conto dei diversi fattori climatici, ma anche di recuperare all’interno del processo progettuale il criterio climatico.

In realtà l’attributo "bioclimatico" rappresenta la semplificazione di una concezione architettonica complessa e, allo stesso tempo equilibrata. Non esiste cioè L’architettura bioclimatica, ma piuttosto un’architettura frutto di un processo progettuale il cui criterio bioclimatico occupa un ruolo fondamentale. L’architettura, infatti, nasce come elemento di mediazione tra caratteristiche ambientali ed esigenza umana ed è tesa a regolamentare i rapporti tra individuo e natura. Il modo più diretto in cui l’architettura esercita questo ruolo di mediazione e di regolazione si identifica con il controllo fisico-ambientale, inteso come il raggiungimento delle condizioni di benessere, considerate nei quattro aspetti fondamentali: benessere ottico-visivo, benessere respiratorio-olfattivo, benessere acustico e benessere termoigrometrico.

L’idea di benessere termico è strettamente legata al concetto di risparmio energetico, visto non come vincolo alla progettualità, ma come parametro culturale per una nuova qualità organizzativa e compositiva dello spazio.

Da ciò deriva che ad una buona qualità igrotermica dell’edificio corrisponderà necessariamente un risparmio energetico e un conseguente vantaggio economico. L’obbiettivo fondamentale da perseguire consiste, pertanto, nel raggiungimento di condizioni di benessere attraverso un’analisi attenta delle caratteristiche climatico-ambientali del sito che devono interagire con l’ambiente costruito. In quest’ottica, il risparmio energetico non appare più come un fine da raggiungere con qualsiasi mezzo, ma diventa a sua volta mezzo attraverso il quale valutare la qualità termica dell’edificio.

Per i primi costruttori dei dammusi, edifici che caratterizzano il genius loci pantesco come architetture bioclimatiche, il fine non era certo quello di avere un risparmio energetico, tout court, ma era espressione di un mezzo culturale intrinseco, per raggiungere condizioni di benessere abitative.

Il senso di frescura che si prova all’interno dei dammusi, nelle giornate estive di scirocco, dimostra come queste costruzioni abbiano nel loro codice genetico un "costruire per star bene".

L’architettura che nasce indipendentemente dal clima, e a prescindere dal sistema di riscaldamento o di raffreddamento, non può risultare che un’architettura "disarmonica" e "carente".

E’ pertanto necessario recuperare all’interno del processo progettuale l’idea di edificio come regolatore ambientale, trasferendo gran parte delle funzioni energetiche dall’impianto all’edificio stesso, e adottando soluzioni progettuali tali da garantire il benessere termico attraverso l’integrazione con gl’impianti meccanici.

Ciò comporta che siano ottimizzate le caratteristiche intrinseche dell’edificio, attraverso un’attenta valutazione dell’orientazione, della forma, del rapporto superficie volume, del posizionamento e dimensionamento delle aperture, della scelta dei materiali, dell’inserimento di componenti solari passivi.

E’ quanto mai opportuno quindi che il progettista acquisti una sensibilità tale da garantire il buon funzionamento del sistema "edificio -impianto" - ovvero di architettura capace di soddisfare anche i fabbisogni termici interni - per ogni condizione climatica esterna, ponendo come obiettivo primario e imprescindibile il raggiungimento delle condizioni di benessere definite dal "programma prestazionale" e tendendo all’ottimizzazione del costo globale dell’intervento, inteso come somma dei costi di costruzione, manutenzione, approvvigionamento energetico, in relazione alla vita utile degli elementi tecnici che compongono il sistema edificio-impianto.

Proprio ai fini di una riqualificazione edilizia e di una ridefinizione progettuale, è stata approvata in Italia la Legge n°10 del 9.1.1991, concernente l’attuazione di un nuovo piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili. Per la nostra regione siciliana sono stati approvati in riferimento alle legge suddetta i Decreti Assessoriali dell’ 8.9.1991 e del 30.10.1994. Ampio spazio viene dedicato a quest’ultimo aspetto, auspicando l’incremento della ricerca e della sperimentazione nel campo della architettura bioclimatica e delle energie alternative.

Giuseppe Sechi

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